Test di Rorschach

Rorschach e Psicoterapia: un’occasione poco sfruttata

Dr. Roberto Cicioni*

Qualsiasi processo logico che porti alla soluzione di un problema più o meno complesso prevede un’analisi speculativa iniziale mirata ad una diagnosi e, sulla base di questa, un successivo intervento più pratico volto alla cura.

Vignetta della Dott.ssa Valentina Mercurio

Intervenire su un problema senza questo approccio virtuoso vuol dire predisporsi ad una maggiore possibilità di fallimento, perché non si riescono a tenere in considerazione tutti quegli elementi che all’osservazione non si palesano o che, pur se osservati, non possono essere quantificati con precisione al fine di valutarne l’effettiva incidenza.

Nei molti anni nei quali ho girato l’Italia, per formare alla psicodiagnosi Rorschach, sono stati molti e sono ancora tanti i colleghi cha hanno frequentato un mio corso all’oscuro dei supervisori e dei docenti delle scuole di specializzazione a cui erano iscritti o addirittura di nascosto agli stessi. Questo a causa dei dogmatismi e, talvolta, fanatismi che accompagnano la psicologia da sempre e che hanno spesso diviso la nostra categoria invece che unirla intorno alle scoperte ed ai passi avanti che nel corso degli anni andava sedimentando. Sento dire spesso da parte dei colleghi sistemici che “il paziente non va significato”, nonostante qualche anno fa un loro famoso caposcuola, di fronte ad un fatto di cronaca nel quale un ex militare in preda ad un accesso paranoide uccise con armi da fuoco molte persone, si trovò a dire “che forse se si facesse un Rorschach prima di dare un porto d’armi, non sarebbe male”.
Leggi l’articolo “Rorschach e lavori di Sociale Responsabilità”

Qualche avversione arriva dagli “strutturati” cognitivisti che vedono il Rorschach come una tecnica poco affidabile pensando, a torto, che sia strumento che utilizza logiche eminentemente psicoanalitiche. Anche molti dei più speculativi psicoanalisti italiani hanno timore di inserirlo nel loro rigoroso setting, perché potenziale elemento estraneo e turbativo (pratica invece molto più consolidata tra i loro colleghi francesi).

Tutti questi pregiudizi altro non sono che una forma di scarsa conoscenza e spesso diffidenza aprioristica rispetto a cosa esattamente sia ed a cosa serva una psicodiagnosi Rorschach ben fatta da un esperto. A tale ignoranza concorre sicuramente anche il fatto che molti colleghi che lo utilizzano non sono in realtà ben formati e non sanno sfruttare appieno le caratteristiche del reattivo, finendo per consegnare alla committenza lavori imprecisi, poco soddisfacenti e, quindi, dal punto di vista clinico non sempre utili. Ma questo è un altro problema.
Leggi l’articolo “Le macchie della disputa”

Ricordo sempre che la conoscenza dei test e del Rorschach, ossia la tecnica potenzialmente più utile al ragionamento sulla psicodiagnostica ed alla pratica lavorativa, è un obbligo professionale al quale le stesse scuole di psicoterapia dovrebbero dedicare uno spazio di studio importante all’interno del loro percorso formativo. Spazio questo però non sempre previsto e comunque non valorizzato a sufficienza ed affrontato, talvolta, con superficialità e pregiudizio, non tenendo conto che uno psicoterapeuta che utilizza i test in entrata e durante il percorso terapeutico è un professionista molto più efficace, perché più consapevole e chiaramente focalizzato tanto sulle problematiche del paziente quanto sulle risorse a potenziale bilanciamento delle stesse.

È quindi, paradossalmente, sono più gli psichiatri a richiederci una valutazione attraverso il Rorschach, piuttosto che colleghi psicologi. I primi, in quanto medici, hanno nel loro DNA il concetto della diagnosi come momento fondamentale per intraprendere una cura e, pertanto, hanno appreso ad aver fiducia negli strumenti e nelle tecniche diagnostiche a loro utili, che non si sognerebbero mai di screditare avendo compreso l’efficacia professionale che deriva da una diagnosi ben fatta. Mai un medico serio rinuncerebbe ad analisi e ad accertamenti oggettivi al fine di avvalorare oppure riformulare una sua ipotesi diagnostica.

Lo psicologo psicoterapeuta tipicamente, invece, tende a sottostimarne l’utilità, immaginando che possa egli da solo cogliere l’essenza psicologica del paziente che ha di fronte, dimenticando che se da un lato può essere un ottimo strumento di valutazione qualitativa, tuttavia alcuni elementi profondi o di rischio dal punto di vista della prognosi generale e terapeutica, possono invece essere resi evidenti più rapidamente dallo strumento quantitativo che è il test. Ciò che tende ad essere sottostimato è che l‘insieme virtuoso dei due strumenti utilizzati in sinergia (psicologo/test) assicurerebbe una cura molto più rapida, mirata ed efficace, con reciproca soddisfazione e l’innesco di una visione più soddisfacente della psicoterapia da parte dell’ipotetica committenza e, infine, relativo maggiore impatto sociale della nostra professione.

Ma la prevenzione nei confronti dei test in generale e del Rorschach in particolare (che ancora per alcuni è ammantato da un alone di misticismo quasi esoterico o è sinonimo di inaffidabilità e di eccessiva soggettività) è dettata solo dal non sapere che questa tecnica è in realtà rigorosa e rivela con precisione il funzionamento cognitivo, affettivo, adattativo, le difese, le risorse e le problematiche più o meno invalidanti. Sono certo che se uno psicoterapeuta o chi è ancora in formazione si facesse somministrare il Rorschach, già ne intuirebbe da questo le capacità investigative uniche e non perderebbe altro tempo ad imparare la tecnica che lo aiuta a finalizzare meglio ed in modo più organico le sue ipotesi cliniche.

Posso farlo solo in fantasia … ma più di una volta ho immaginato quanto Freud o Jung avrebbero apprezzato con entusiasmo il Rorschach se solo avessero somministrato ad un loro paziente le macchie di quel giovane, per alcuni stravagante, ma geniale psichiatra svizzero.

*Psicologo, Direttore Istituto Rorschach Forense

Giugno 13, 2019

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