Test di Rorschach

Il metodo Rorschach e l’Evidence-based, avanguardia, slogan o chimera?

Questo breve scritto vuole proporre una riflessione attraverso una serie di domande sul moderno concetto di “evidence-based”, utilizzato talvolta, come altri simili coniati dalla modernità psicologica, come una sorta di slogan per rimarcare l’aprioristica e supposta superiorità di chi ne segue le indicazioni rispetto ad altri che invece utilizzano approcci validati dall’applicazione sul campo o attraverso altri percorsi.

Questo tipo di approccio alla ricerca ed al tentativo di validare con maggiore obiettività alcuni protocolli clinici attraverso l’identificazione di criteri definiti, nasce come noto nel campo medico anche per motivazioni economiche legate al bisogno di applicare procedure standard e dall’efficacia dimostrabile rispetto ad altre invece più empiriche (Empirically Supported Treatments), pur se non implicitamente inefficaci, per poi estendersi anche ad altre discipline, tra cui quella psicologica.

La sua applicazione al campo psicologico consente di per sé un avanzamento scientifico e culturale grazie al quale gli interventi di professionisti possono essere più efficaci?

La risposta in linea generale è assolutamente e sicuramente sì, perché il perseguire una “evidenza” accertata a favore dell’arbitrarietà non può che essere una tendenza centrale e fondamentale della nostra professione. Questo in termini però generali, perché utilizzare una tecnica evidence-based non vuol dire di per sé saperla utilizzare nei modi, nei tempi e nei casi specifici nei quali andrebbe applicata. Il buon senso e non solo, da tempo, ci ha fatto capire che, purtroppo o per fortuna, le tecniche non si applicano da sole ma necessitano, appunto, di un tecnico e, a tale proposito, che non si possono rendere evidence-based i singoli Psicologi ma solo formarli bene e professionalizzarli.

L’applicazione poi di tale concetto alla psicodiagnostica di Rorschach è qualcosa di ulteriormente utile?

Anche in questo caso la risposta non può essere che affermativa. Anche se a chi da molti anni studia, applica e lavora con il test con ottimi risultati e da prima che tale concetto si affermasse, sorgono spontaneamente e necessariamente nuove domande: ma prima che facevamo?

Come e perché funzionavamo noi e lo strumento che applicavamo?

È possibile che il Rorschach fosse già evidence?

E’ possibile che fosse anche la qualità di chi lo applicava ad essere fondamentale e non soltanto lo strumento in sé?

Il mantenimento dell’efficacia della psicodiagnostica passa per l’uso di una tecnica necessariamente complessa grazie alla quale ragionare e ricavare informazioni utili alla pratica professionale o al mero perfezionamento del test?

Pertanto, anche un metodo complesso può essere reso evidence-based?

In questo ultimo caso, per vari motivi, superata una prima forma di riflessione nella quale nuovamente si giunge ad una conclusione affermativa, invece, dal punto di vista pragmatico la risposta non può che essere negativa.

È possibile che per rendere un metodo evidence-based si debba necessariamente semplificarlo? Ossiavalutarne solo alcuni aspetti specifici a discapito dell’intero “sistema” che lo utilizza, ovvero il binomio psicologo/tecnica?

Tutte queste domande per affrontare il tema complesso di fondo relativo ad un certo riduzionismo delle tecniche psicologiche che mi sembra sia in atto in questi ultimi anni e che prevede il tentativo costante, soprattutto nella cultura americana alla quale oggi si attinge a piene mani e non sempre in forma critica, di spostare l’attenzione dell’efficacia psicologica, dall’esperto alla tecnica in sé.

Altre domande: sono credibile se io stesso faccio lavori che attestino l’evidence-based delle tecniche che propongo oppure no? Sono credibile se cambio nomi a patologie, mi approprio di culture ed invenzioni altrui facendole diventare mie e cerco di vendere tutto questo a tutti come se solo adesso si fosse compreso tutto e prima no? Esiste nel nostro paese un organismo super partes, come in linea teorica dovrebbe essere, deputato a fare ricerca in questo campo, che dia criteri univoci? Che abbia all’interno professionisti che lavorino sul campo che possano disporre di mezzi anche economici, grazie ai quali fare ricerche dirimenti di questo tipo? Le università forse? La risposta è sempre e solo: no. Purtroppo, nel mondo psicologico accademico e non, gli steccati, i fanatismi, la convinzione di avere verità che altri non hanno e la difficoltà di riconoscere come adeguato il contributo di altri, sono seri ostacoli all’avanzamento della conoscenza in sé (molto meno per quella che può alimentare il risvolto “commerciale”).

In Italia, chi sente il bisogno di fare studi di questo tipo viene mosso tendenzialmente da due diversi propositi interni: il primo scientifico puro, spinge allo studio ed alla volontà del sapere in sé, tendenzialmente orientato al fine della pubblicazione e tipico di ricercatori che però non sono realmente esperti in quel campo; il secondo, invece, proprio di chi applica sul campo le tecniche di cui vuole verificarne l’efficacia. Il primo può talvolta avere risultati molto teorici e di poca utilità a chi lavora sul campo, il quale, invece, si pone con fare più pragmatico grazie alle conoscenze specifiche che ha, talvolta, con i limiti scientifici propri di chi per lavoro non fa ricerca. Sempre quest’ultimo, si applica allo studio cercando di dare un senso più ampio alla sua esperienza, sottraendo tempo al suo lavoro grazie al quale può avere il materiale sul quale impostare i suoi studi.

Ad esempio, personalmente, insieme a validi colleghi, ho potuto fare un lavoro di taratura del Rorschach, con il metodo italiano Scuola Romana, soltanto in molto tempo e solo grazie alla collaborazione imprescindibile della rete professionale creatasi intorno all’Istituto che ho il pregio di dirigere.

Il marchio teorico del metodo Rorschach che applichiamo è assolutamente complesso e ricco, perché messo a punto in anni e anni di integrazione degli studi e delle intuizioni di colleghi di molte culture, principalmente quelle europea, nord e sudamericana, con il fine di riuscire a cogliere non soltanto ciò che è evidence, ma anche qualcosa di più profondo e spesso molto importante.

Negli anni passati, sia Carlo Rizzo il creatore del metodo italiano Scuola Romana Rorschach, sia chi dopo la morte di questi ha continuato il suo insegnamento, hanno cercato soprattutto di mettere a punto un metodo che funzionasse, non attraverso regole semplici a supporto dell’esperto, ma attraverso l’apprendimento di ragionamenti complessi grazie ai quali leggere ed integrare informazioni altrettanto complesse. La formazione serviva e serve a mio avviso a questo, ossia a creare esperti evidence-based in grado di approcciare la tecnica conoscendone limiti e vantaggi e che non si affidino al test come fosse un oracolo che da solo e di per sé offre delle informazioni straordinarie. Queste stesse di ottengono soltanto attraverso l’abitudine a mettere in atto ragionamenti che si fondino sulla logica della complessità.

Nella mia pratica professionale da qualche anno incontro colleghi che cercano di nascondere una scarsa capacità di utilizzare il Rorschach mediante lo slogan che sbandiera la superiorità del loro metodo in quanto evidence-based, svalutando altri che, a loro dire, non lo sarebbero, pur se di base tutti i metodi prendono in considerazione gli stessi indici basici.

Il problema vero è che tali colleghi, scrivono relazioni striminzite, che danno poche informazioni, sempre uguali a loro stesse indipendentemente da chi hanno sottoposto alla prova. Se una supposta “superiorità” scientifica e culturale non porta a risultati migliori rispetto a quanto accadeva in epoche meno riduzionistiche e, peggio ancora, tali conoscenze vengono utilizzate per screditarne altre o per non impegnarsi in uno studio più approfondito sui ragionamenti invece che sulle regole preconfezionate, che insegnamento possiamo trarre?

Il concetto in sé è validissimo e non se ne può prescindere, ma è veramente ben applicato? È ben utilizzato? È eccessivamente estremizzato oppure è sovente usato in modo manipolativo? I risultati, oltre che evidenti, sono anche veramente utili? Chi lo studia? Professionisti? Ricercatori? E, cosa ancora più importante, la psiche è tutta indagabile attraverso l’evidence-based? Tutto questo potrà portare ad un metodo psicologico unico? Addirittura, all’inutilità della figura dello psicologo o ad una con un pensiero unico?

Io credo che oggi tale concetto sia una illusione costantemente da perseguire, piuttosto che un concetto che mette al sicuro di per sé dall’operare professionalmente in modo non efficace; mostra inoltre molti limiti rispetto a tecniche psicologiche più complesse realmente utili allo studio del comportamento umano. Rimane il dubbio che ogni tanto sia un semplice slogan sbandierato per rimarcare ciò che non si dovrebbe, ossia una supposta superiorità di chi utilizza alcune tecniche, spesso autocelebrate, che invece nasconde il riduzionismo (vantaggi economici?) ed il bisogno di trovare rassicurazione in ciò che è semplice, evidente, ma non sempre realmente utile.

Mi chiedo se alcuni sistemi Rorschach di oggi, che addirittura non lo considerano una prova proiettiva ma cognitiva, non debbano cambiare nome a ciò che fanno. Sorge il dubbio che essi utilizzino tale nome a fini di marketing visto che probabilmente non sarebbero tecniche investigative psicologiche famose se non esistesse un consolidato storico che li rende più attrattivi per il nome che portano.

Per concludere: l’interpretazione dei sogni è evidence-based? No. Ma pur non essendolo è la via regia all’inconscio (esso stesso assolutamente non evidence-based). Le macchie possono essere un’altra via regia, ma come per i sogni, ad interpretarle deve essere un professionista, non uno studioso di statistica che ne impoverisce il potere investigativo, asservendo ciò che non può essere statistico alle sue leggi e ai suoi paletti. In effetti, tutte le grandi teorie psicologiche sono nate da menti speculative e non statistiche, più portate all’osservazione della realtà qualitativa e soprattutto sono ben applicate da coloro che hanno un approccio rigoroso, ma aperto all’esperienza e all’intuito, consapevoli dei limiti delle tecniche che utilizzano. Limiti che devono essere compensati da un approccio attivo nel quale le regole sono importanti, ma per tirare fuori il meglio dal test, non per limitarne il potere investigativo.

Un bisturi è uno strumento straordinariamente preciso, ma soltanto nelle mani di chi lo sa utilizzare e, in mani inesperte, può diventare un’arma pericolosissima. In tal senso, il Rorschach è a mio avviso un “bisturi della mente”, ma di per sé, da solo, non funziona e necessita che si incentri l’attenzione sul perfezionamento dello psicologo, piuttosto che del metodo e dello strumento.

Dr. Roberto Cicioni

Direttore Istituto Rorschach Forense

Agosto 17, 2020

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