Test di Rorschach

Il Frankenstein Rorschach

Come noto, ai test più importanti, ai quali ci si affida per avere informazioni serie ed attendibili sulla personalità, si richiedono una standardizzazione rigorosa e lavori regolari di aggiornamento che rendano gli indici attuali ed affidabili.

A maggior ragione quando il test utilizzato ha un criterio di lettura basato su un’analisi integrata degli indici previsti. Questo accade in modo paradigmatico con il Rorschach, che, se applicato con metodo complesso e non riduzionistico, attraverso l’utilizzo del canale anche proiettivo e non solamente di quello percettivo, non può essere considerato un semplice test ma una tecnica di indagine complessa che offre degli elementi valutativi tanto strutturali che situazionali per sondare la personalità in modo profondo ed analitico.

Sappiamo che esistono molti sistemi di lettura del test, che non sempre consentono l’interpretazione appena suggerita e di conseguenza è necessario conoscere limiti e pregi del sistema applicato, per capire fino a che punto ci si può spingere nell’indagine.

Per usare una analogia con le lingue esistono metodi assimilabili alla lingua italiana, ossia ricchi di parole, termini, sfumature, verbi, quindi difficili da imparare e padroneggiare per uno straniero, e altri invece semplici, come accade nell’inglese, con un minore numero di vocaboli, che più facilmente viene appreso e che per questo è più diffuso di altre lingue. Senza entrare nel merito riguardo a quale sistema possa essere migliore di un altro, tenendo presente l’analogia, in questo breve scritto si vuole parlare di coloro che non prendono posizione scegliendo uno specifico metodo per la propria formazione secondo un criterio analitico che li dovrebbe spingere a capire quali pregi e quali limiti quelli più noti prevedono, ma che finiscono per utilizzare uno strano “idioma”, poco comprensibile, che un mio collega chiama il “Frankenstein rorschachiano”.

Alcuni di questi colleghi spesso non hanno avuto una formazione specifica al test, ma si sono avvicinati alla materia pian piano, appassionandosi alla stessa, accumulando casualmente libri e testi di vari autori, cercando da autodidatti di acquisire, a loro sindacabile giudizio, il meglio di ognuno, mettendo a punto una serie di pensieri sul test e di metodiche “selvagge” molto rischiose se non proprio pericolose per le ricadute professionali sugli esaminati. Tra tali colleghi “fai da te” infatti, ne esistono alcuni che, appena qualcuno indica loro una strada più ortodossa che li aiuti a sistematizzare i loro pensieri, accettano con entusiasmo, mentre altri rifuggono regole già create che facilitano l’utilizzo del test perché inguaribilmente amanti del loro pensiero e del loro sforzo creativo, dell’innovazione (selvaggia). Questi ultimi appaiono orgogliosamente mal disposti ad abbandonare la loro costruzione rorschachiana edificata tra mille difficoltà e ritenuta presuntuosamente la migliore solo perché non hanno voluto conoscerne altre (già strutturate, condivise e sperimentate).

Inutile dire che inventare dei metodi che sono la fusione indiscriminata di altri, usando la siglatura del Rorschach, costituisce una “contaminazione”, ossia una tendenza a creare costruzioni logiche arbitrarie nelle quali vengono messi in relazione elementi tra loro incompatibili creando qualcosa di surreale e non presente in natura. In altre parole, i metodi devono avere una loro coerenza interna, una serie di regole e di norme (una grammatica, utilizzando la solita analogia), dalle quali direttamente dipendono i comportamenti dell’esaminatore durante la raccolta del test e poi gli indici che saranno interpretati. Utilizzare quindi un metodo nel quale si raccoglie il test come prescritto da Rapaport (che faceva l’Inchiesta alla fine di ogni Tavola), siglarlo come indicava Bohm (che non ha un metodo standardizzato, ma solo un testo nel quale fa una sintesi del pensiero rorschachiano fino a quel momento, citando studi di autori che riteneva validi), interpretarlo secondo il metodo italiano Scuola Romana Rorschach (che durante la somministrazione mette l’esaminato in una posizione diversa dai precedenti, prevede l’Inchiesta solo alla fine della Raccolta delle risposte, ha indici e siglature che i primi due non hanno, con medie psicometriche di conseguenza molto lontane dagli altri), vuol dire ottenere indici numerici assolutamente inattendibili e quindi fare valutazioni non tanto del soggetto in esame, quanto di qualcuno che si vorrebbe rendere come più ci piace.

Va da sé la pericolosità già sottolineata, ossia i rischi nei quali si incorre, sia nella clinica che nel forense, nell’applicare metodi inesistenti.

La situazione peggiore però è quando a fare questa cosa è qualcuno che colpevolmente forma al Rorschach senza creare conoscenza e consapevolezza rispetto a tale tema, ossia che trasmette ad altri supposte verità che potrebbero essere anche ottime idee, ma non sono state sottoposte al vaglio di una taratura e di una standardizzazione, rimanendo quindi delle straordinarie arbitrarietà che vengono passate come regole assolute.

Questo accade talvolta anche in situazioni nelle quali, un collega, pur avendo appreso un metodo specifico, volendo intraprendere a sua volta la strada della condivisione e della formazione, non avendo piacere di rimanere ancorato al pensiero di una scuola inizia a inserire differenze o a creare contaminazioni appunto, talvolta cambiando solo nome ad alcune codifiche, altre volte inserendo pensieri o tecniche prese da altri autori.

Ciò può, ad esempio, riguardare colleghi che affermano con un certo orgoglio storico di utilizzare il metodo Rizzo invece che quello Scuola Romana Rorschach (che appunto lo stesso Rizzo creò e che mai appellò con il suo nome), in un tentativo di autonomia culturale al quale però non segue uno studio adeguato e serio che consentirebbe di dare un senso più rigoroso ed una validità scientifica alle proprie idee attraverso l’aggiornamento statistico. Altre volte capita invece che i già citati colleghi che si appassionano da autodidatti alla materia, ad un certo punto, animati dalla certezza di aver maturato una esperienza ed una competenza importante, fanno il “salto” da studiosi ad esperti, trasmettendo ad altri qualcosa di molto amato ma di non realmente verificato.

Nel contesto clinico i risultati che rendiamo disponibili riguardano basicamente la nostra coscienza professionale, con i limiti e pregi che sentiamo di avere come professionisti che svolgono un mestiere delicato come quello diagnostico. In quello forense invece, prospettarsi con tecniche non validate e quindi con risultati molto opinabili, vuol dire incorrere in critiche legittime, che non aiutano a chiarire e descrivere in modo certo e sicuro ciò che ci è stato chiesto di valutare e spesso creano conteziosi che ledono anche l’immagine professionale agli occhi degli altri attori.

Dal punto di vista professionale sono, ad esempio, convinto che le tecniche psicologiche debbano essere utilizzare con rigore, ma anche con uno sforzo attivo per renderle più vicine al nostro essere ed al nostro modo di lavorare, senza però stravolgerle o contaminarle creando confusione prima di tutto in noi stessi; non dobbiamo mai arrivare a strutturare una convinzione di noi stessi superiore a tutto, auto-rassicurandoci nella convinzione che ciò che facciamo è sempre ben fatto solo perché fatto da noi stessi. Rispetto ad altre aree della psicologia, con i test è più difficile plasmare a proprio uso e consumo le regole immanenti ad una specifica tecnica, perché questo ci spinge pericolosamente verso l’arbitrarietà o peggio verso l’autocompiacimento, a discapito del servizio che dobbiamo rendere alle persone che si sottopongono alla valutazione. Il rispetto per gli altri dovrebbe spingerci ad approfondire le tecniche che utilizziamo, assumendo il meglio da coloro che, prima di noi, le hanno sperimentate, ed eventualmente, solo dopo molti anni di applicazione, ad apportare modifiche o migliorie, che però devono essere sperimentate prima di farle diventare conoscenze utili anche agli altri.

Il “Frankenstein rorschachiano” sottende una forma mentis non rigorosa che spinge a mettere insieme tecniche o pezzi di tecniche assolutamente diverse e sovente inconciliabili tra loro, dando l’idea che dietro tale fusione non ci sia una conoscenza profonda del test, allo stesso modo di un giovane ed inesperto terapeuta che utilizzasse il lettino psicoanalitico per passare delle tecniche cognitive o conducesse un gruppo di psicodramma dietro lo specchio unidirezionale.

Geni o selvaggi? A voi l’ardua sentenza.

Roberto Cicioni

Dicembre 17, 2021

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